Da persona a persona per superare il concetto della quota rosa.

Ho sempre creduto nel confronto alla pari. Non mi sono mai posta un problema di esigenza di tutela nel confronto tra un uomo e una donna. Il dialogo l’ho costantemente impostato da persona a persona. Non conosco modalità da applicare in modo differenziato a seconda che l’interlocutore sia un uomo o una donna. L’unico elemento di discrimine contemplabile è rappresentato dal patrimonio di esperienze e conoscenze di cui ciascuno è dotato. Questo approccio è stato, per me e da sempre, estremamente naturale; lo è stato tanto da impedirmi di pensare all’esistenza di valide alternative. L’esito positivo o negativo di una conversazione è sempre dipeso, solo ed esclusivamente, dall’intelligenza usata dagli interlocutori e dai contenuti messi in gioco. Per tale ragione ho sempre considerato odioso il concetto di “quota rosa”.

Affermare la necessità di essere tutelate mediante una percentuale imposta dalla legge è, per me, una grave sconfitta; non della donna ma della persona. Ferisce il mio orgoglio, umilia il mio intelletto, vanifica il mio entusiasmo ed annichilisce la mia persona. Significa accettare di essere relegati all’interno di confini che altri hanno disegnato per noi. Ecco che il recinto della quota rosa si trasforma nella prigione che, ben volentieri, accettiamo perché convinte sia la cosa giusta. Non per me, ben inteso! La parità di genere in politica, come del resto in ogni altro ambito, non dipende dal rispetto di una percentuale ma dalla capacità di offrire contenuti, risposte e soluzioni. Si conquista sul campo che si riesce a guadagnare, non in una lotta contro il genere maschile ma costruendo rapporti basati sul rispetto.

Il rispetto reciproco è la chiave di tutto. La capacità di farsi rispettare e di far rispettare le idee e gli argomenti che siamo in grado di proporre non dipenderà mai dall’appartenere o meno ad una quota. Dipenderà solo ed esclusivamente da noi e dalla consapevolezza delle nostre capacità. Ciò che abbatte la barriera mentale della distinzione di genere, infatti, sono i contenuti della persona. L’identificazione nella “quota rosa” non supera la discriminazione ma, paradossalmente, finisce per alimentarla.

Confinarsi nel concetto di quota rosa significa autodiscriminarsi. Significa dire agli uomini che abbiamo bisogno di una categoria entro la quale infilarci per poterci confrontare con loro.

Dovremmo iniziare a comprendere che non abbiamo bisogno di essere una quota, una fredda ed anonima percentuale per parlare con un uomo e per far passare le nostre idee.  Per farlo occorre solo l’intelligenza. La quota rosa rappresenta una dichiarazione teorica di inferiorità inaccettabile. Quando leggi negli occhi di un uomo il rispetto per le tue idee, lo scopo è raggiunto. Non si ha più davanti un uomo o una donna, dunque, ma un potenziale alleato o un potenziale avversario, esattamente come tutti gli altri, a nulla rilevando la distinzione basata sul genere di appartenenza.

La quota rosa non è garanzia di passione politica e, soprattutto, non lo è di buona politica.  La buona politica non conosce genere. La buona politica conosce solo persone propositive impegnate per realizzare idee idonee a risolvere problemi e a migliorare ciò che non funziona. Da persona a persona, dunque! Questa è l’unica forma di interrelazione alla quale ambire e attraverso la quale affermarsi. Né più né meno.

Tiziana Forestieri

 

 

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