Pedagogia della R-Esistenza. Intervista al Prof. Giancarlo Costabile.

Giancarlo Costabile insegna Storia dell’Educazione alla democrazia e alla legalità presso il Dipartimento di Lingue e Scienze dell’Educazione dell’Università della Calabria, dove coordina il laboratorio didattico di Pedagogia dell’Antimafia. Di formazione filosofica, studia il pensiero pedagogico di Freire e Don Lorenzo Milani ed è impegnato da sette anni nella sperimentazione di un percorso di formazione contro le mafie che lo hanno portato ad organizzare, senza denaro pubblico, quasi 100 seminari in ateneo e 20 laboratori itineranti nei territori meridionali ad alta densità mafiosa (Scampia, Palermo, Piana di Gioia Tauro, Locride), coinvolgendo complessivamente oltre duemila studenti.

Cos’è la Pedagogia della R-Esistenza?

Giancarlo Costabile: “E’ un progetto scientifico-didattico eretico che si pone la finalità di destrutturare l’apparato di potere che regge l’educazione borghese, mettendo in (radicale) discussione la sua funzione di legittimazione della società capitalistica e delle disuguaglianze.

Scuola e Università, in questo Paese, dopo la rottura operata dalla Rivoluzione sessantottina, sono gli spazi di potere in cui l’ideologia neoliberista costruisce la sua classe dirigente. R-Esistere traduce sul piano della riorganizzazione delle relazioni sociali la necessità di dar forma storica ad una società ‘altra’ rispetto a quella che il turbo-capitalismo ci sta imponendo.

Parlare genericamente di scuola democratica senza aggredire il nucleo di produzione della povertà e della disuguaglianza, significa lasciare inalterati i rapporti di classe nella società: i forti sempre più forti, i deboli sempre più deboli. Pedagogia della R-Esistenza, recuperando la dimensione profetica della pedagogia di cui parlava Franco Cambi ad esempio, è un dispositivo teorico-pratico per attaccare le radici ideologiche di questa grammatica del potere.

Questa è l’ora della nuova Disobbedienza che deve portarci nella direzione di una Rivoluzione culturale, prima che politica, in grado di mettere al centro l’umanità integrale dell’uomo. Noi siamo relazione, e la povertà, per farle un esempio, è amputazione di questa vocazione autenticamente e unicamente umana. Una società che basa la propria struttura sociale sulle disuguaglianze, come quella capitalistico-borghese, deve essere rovesciata. Senza se e ma. Il ruolo, quindi, della pedagogia è centrale, a patto di farne pensiero sociale in azione sull’educazione, e non come avviene alle nostre latitudini un mero strumento per alimentare la didattica dell’adattamento, del silenzio e della rassegnazione”.

Quali sono le radici sociali e politiche di questa disciplina?

C.: “Le radici di questo percorso sono nella Teologia della Liberazione degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Il paradigma non occidentale della Liberazione è un poderoso grimaldello per ridare ossigeno alla pedagogia, ridotta a mera tecnica di potere funzionale alla narcotizzazione delle menti, e al modello di realizzazione di una società democratica, che non può essere pensato soltanto sullo schema delle realtà anglosassoni.

La democrazia è cura della relazione e deve basare la sua struttura sociale su politiche inclusive che muovano dalla rimozione delle disuguaglianze. La Teologia della Liberazione ha la capacità concettuale di tenere insieme il cristianesimo e il marxismo, rendendo possibile una lettura del mondo a partire dagli Ultimi. Esiste una Pedagogia della Ultimità che è il vero avversario del turbo-capitalismo e delle sue pedagogie borghesi che, attraverso una grammatica della truffa etica, contrabbandano parole come merito e competenze quali strumenti di emancipazione sociale.

In realtà, sono linguaggi di una manipolazione spinta che hanno come finalità il primato della competizione tra gli esseri umani e non quello della solidarietà. Pedagogia della R-Esistenza, come pedagogia degli Ultimi, è un prodotto di questa significativa esperienza culturale, nata nell’Altro Occidente per cambiare in senso autenticamente democratico e pluralista il cammino storico dell’umanità”.

Quali finalità si propone la Pedagogia della R-Esistenza?

C.: “Affermare il diritto degli Ultimi ad una vita autentica. Non esiste libertà senza giustizia sociale. E’ una ipocrisia riconoscere diritti universali quando poi le politiche, a cominciare da quelle scolastiche, disattendono completamente i princìpi di base del vivere civile.

R-Esistenza vuole disarticolare l’idea che la precarizzazione del lavoro costituisca un elemento di crescita civile e sociale per le masse. Che la guerra sia l’unico orizzonte possibile delle relazioni politiche tra stati. Che ci si debba accontentare, in estrema sintesi, di vivere con quella che Pasolini chiamava ‘elemosina della festa’.

Pedagogia della R-Esistenza si pone l’ambizioso traguardo di sviluppare in chiave mondialista la Pedagogia della Liberazione di Paulo Freire per affermare una nuova antropologia: dall’uomo che ‘esiste’ per consumare le merci del lavoro sfruttato, all’uomo che ‘esiste’ per costruire l’etica del lavoro liberato dall’alienazione del capitale.

Il lavoro è lo specifico del logos umano: lavorare significa produrre etica sociale, strumenti di relazione per chi non ce la fa a camminare con il nostro stesso passo. R-Esistere vuol dire amare, e l’amore verso l’umanità è il disegno di una pedagogia in situazione che deve produrre una rivoluzione della solidarietà”.

Quanto può incidere sulla società civile una disciplina finalizzata alla formazione dell’individuo e della sua coscienza civile?

C.: “Può incidere in modo significativo. Il disegno gramsciano dell’egemonia è ancora attualissimo. Anzi, direi doveroso. Non possiamo distruggere la struttura economica delle disuguaglianze se non partiamo da un progetto culturale che metta al centro la grammatica della responsabilità e la narrazione di un’etica del volto in grado di farsi pedagogia della fraternità globale”.

Che tipo di contributo può offrire la pedagogia delle R-Esistenza nella formazione della futura classe politica?

C.: “L’azione pedagogica di R-Esistenza deve saper trasmettere la cultura del dono e della gratuità prassica di un’azione etica. La politica che vuole farsi alternativa di società deve ripartire dalla testimonianza che è militanza di comportamenti etico-morali.

Agire per una idea e saper morire per essa significano affermare la centralità di una pedagogia del dono che è abbraccio permanente verso l’Altro. L’Alterità vissuta è la categoria che può minare dalle radici la pedagogia dell’odio che il neoliberismo ha imposto al pianeta”.

Quale messaggio possiamo inviare, oggi, ai giovani? 

C.: “Ai giovani dobbiamo insegnare il valore profetico dell’eresia come ricerca della verità e amore verso la conoscenza. Quando nasciamo, siamo tutti pietre grezze. Siamo imperfetti, Freire direbbe inconclusi. Il cammino pedagogico è capacità di mettere in discussione le ragioni di questa imperfezione.

Ai ragazzi dobbiamo offrire l’avventura della conoscenza vera: quella che si fa cammino verso l’interiorità, le cui profondità sono illuminanti. La pedagogia è lavoro di trasformazione sul proprio Io affinché si scopra come un Noi, dinamico, aperto, innamorato dell’esistenza.

Se riusciremo a diventare pietre levigate, se accetteremo il lavoro etico su noi stessi, avremo giovani pronti a fare la Rivoluzione, quella autentica e pacifica: la conoscenza dell’etica universale del genere umano e la pratica del dono”.

Tiziana Forestieri

 

 

Articolo creato 465

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto